Una tragedia invariata
Al di là delle chiacchiere, delle solite promesse di sviluppo e dei paroloni sull’incremento dell’occupazione e del turismo, sappiamo fin troppo bene cosa significhi l’istituzione di un parco nazionale per un territorio e per le popolazioni che ci vivono e ci lavorano. E la tragedia, che ormai si ripete invariata da decenni, è che gli abitanti interessati sono costretti a subire un provvedimento deciso dall’alto e sul quale non sono potuti intervenire preventivamente. Stavolta tocca alle popolazioni del Matese (una vasta zona tra Molise e Campania, con l’interessamento di ben 4 province: Isernia, Campobasso, Caserta e Benevento) sulle quali pende la spada di Damocle del Parco Nazionale del Matese, istituito dal 2017 ma ancora fermo in attesa che il Governo emani il decreto istitutivo individuando l’ente gestore dell’area protetta. Un provvedimento che lascerà il tempo che trova visto che in altre aree protette del Lazio, si sta tentando di accorpare ben tre aree protette – profondamente differenti fra loro e addirittura non contigue – mandando a casa gli enti gestori, quasi sempre i comuni, nominati decenni fa, per instituirne uno unico con una decisione cervellotica, dispendiosa e assolutamente inidonea a garantire sorveglianza, protezione e interventi tempestivi in caso, per esempio, di incendi boschivi e altre calamità naturali.
Aree protette
Per gli ambientalisti, il Parco Nazionale dovrebbe tutelare e valorizzare il Massiccio del Matese, un territorio a forte vocazione agro-silvo-pastorale, ma purtroppo sappiamo bene che si rivelerà il solito carrozzone burocratico capace di sfornare solo una serie infinita di divieti, trasformandosi – come quasi tutte le aree protette, in particolare quelle urbane e suburbane – in un’altra comoda nursery nella quale i cinghiali e altre specie già in sovrannumero e problematiche possono riprodursi in maniera incontrollata e incontrollabile. Tutto questo non farà che rendere sempre più difficile il contenimento della PSA mentre, allo stesso tempo, le popolazioni locali saranno vessate da una serie pressoché infinita di divieti assoluti e totali. Divieti che, per la soddisfazione di alcuni animalisti e di una manciata di stipendiati, renderanno non difficile ma addirittura impossibile la vita di tutti coloro che, da secoli, in quei luoghi affondano le radici personali e familiari ma anche l’attività produttiva e quindi la loro stessa sopravvivenza.
Valutazione di Incidenza Ambientale
Infatti, attraverso i severi obblighi che regolano la famosa VIA (Valutazione di Incidenza Ambientale) quasi tutte le aziende, specie quelle zootecniche, agricole e boschive non potranno più operare. Quindi, quella che turba i sonni di allevatori, agricoltori, boscaioli, raccoglitori di funghi e tartufi e cacciatori è una preoccupazione profonda e motivata e sta sfociando in una vera e propria ribellione, legittima e comprensibilissima, alla quale noi della Libera Caccia ci uniamo con grande convinzione e con la massima determinazione. Per evitare tutto questo devastante terremoto, si sono costituiti ben quattro Comitati di protesta che hanno già organizzato incontri a Roccamandolfi (IS) e a San Massimo (CB), programmandone altri in tutti i comuni ricadenti nell’area del parco allo scopo di raccogliere firme per sollecitare i vari sindaci, ma anche la politica regionale, a chiedere l’abrogazione della legge istitutiva del parco. Il movimento non si limita a protestare ma ha formulato anche sensate ipotesi e suggerimenti che potrebbero, se non altro, attenuare alcuni odiosi divieti permettendo ai vari stakeholder del territorio di proseguire le loro attività produttive agro-silvo-pastorali. Seguiremo con la massima attenzione gli sviluppi di questa ennesima iniziativa presa nel nome di una “parcomania” esasperata che, nella maggior parte dei casi, ha prodotto solo grandi danni ambientai ed economici e, fino da ora confermiamo la nostra solidarietà e il nostro impegno (fonte: ANLC).